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29/01/2009 

25 anni sui rimorchiatori

Al Mediceo per anni, attraccati insieme hanno segnato il profilo della città. Per Livorno città di mare, di traffici, loro il biglietto da visita. Mezzi che si spostano lenti, in gincane tra le barchette del diporto. O lontani sotto le prue di navi che sfilavano per chissà dove. Sono i rimorchiatori. 

Nicola Rum con il nipote Il comandante di macchina Nicola Rum è stato parte di questo mondo. In lui generazioni di gente di mare, il nonno, il babbo e indietro chissà per quanti ancora come tutti al Giglio. Gente divisa tra la campagna, in microscopiche proprietà e il mare. 

Nicola lo vive ancora, con la sua barca, insieme alla famiglia. Con passione segue impianti e motori di barche di altri come un lavoro, insieme pretesto per conoscere, confrontarsi in amicizie non formali. Lo vorrebbero sulla propria barca tanti, per quel consiglio e la messa a punto che ti dà sicurezza quando vai per mare. A volte capita. Ha lavorato 25 anni sui rimorchiatori della ditta Neri, dal 1974 al 2000. “Prima navigavo, ero fuori sulle navi, Mediterraneo e di là dagli stretti, in Atlantico. Sono due mari differenti; nel Mediterraneo, sei in un bacino, ti senti più vicino casa. Dal punto di vista lavorativo non lo sei. I rimorchiatori fino al 94/95, erano dei gioielli, efficienti e sicuri. Equipaggi e armatori curavano molto la manutenzione. I Neri si fidavano degli equipaggi che mantenevano i mezzi al massimo delle loro potenzialità. Sui rimorchiatori gli equipaggi erano di cinque persone, poi quattro, ora tre. Quando si usciva per un soccorso o per un rimorchio, si aumentava fino a 10 persone. 

Nicola Rum in sala macchine Nel 1974, mi si presenta l’opportunità, dopo 14 anni di navigazione, passo con i Neri. Un lavoro che offre momenti anche emozionanti: Ero da poco nei rimorchiatori quando fummo chiamati per una petroliera in fiamme: il Bello, 30-40.000 tn. Era a nord della Capraia. Si uscì con il Francesco; comandante, Carletti; direttore di machina Giancarlo Del Corso; il resto dell’equipaggio, Bruno Catuogno, Vincenzo Perullo e Nicola Rum. Quando giungemmo, fiamme sul ponte e in mare: la poppa fuori dall’acqua, fino al ponte di comando. Il castello di prua squarciato dall’esplosione sott’acqua. L’acqua entrava dalla prua e le fiamme correvano verso poppa. Compresi che si poteva agganciare la nave ad un golfare, tenere la poppa al vento e aspettare che le fiamme si spegnessero. Si rimase lì intorno. L’equipaggio in salvo. Giunsero poco dopo, altri due rimorchiatori da Livorno, continuammo a girare finchè, nella notte viene un grosso rimorchiatore francese. Senza un’esitazione, come noi non ci fossimo, si avvicina, assicura un cavo alla poppa, la nave è sua. Mauro Mazzi salta sulla nave, passa il cavo al nostro rimorchiatore e quello francese, si taglia. La nave è nostra. La questione è risolta dagli armatori e il Bello è rimorchiato a La Spezia per la demolizione. 

A bordo c’è amicizia ma una forma di rispetto è necessaria, quando ci sono ordini da eseguire. Anche tra ufficiali, sulle navi rimane il “Lei” qualche volta il “Signore”. Così è ancora sulle navi e finchè c’ero, anche sui rimorchiatori. 

Ho navigato fin da 8 anni. D’estate, tra agosto e settembre si portava l’uva del Giglio a Civitavecchia e a Talamone. Civitavecchia, la mia prima città, mi impressionavano le luci e poi i carri con i cavalli e i camioncini. Si parla del 1952, allora avevo 10 anni. Il bastimento, un Leudo armato con vela latina, 18 metri. Era la barca dello zio Antonio. Mi teneva, accanto a lui. “devi guardare sempre il cielo, si legge come un libro” mi diceva. Una nuvola come corre, se la Luna ha l’occhio al vento, le stelle che brillano nella parte bassa del cielo, segni che il tempo cambia o arriva vento. Eravamo in tre: Zio Antonio, Demetrio il figlio ed io. Il viaggio durava tre, quattro giorni, secondo il vento. Se entrava il maestrale un po’ più forte, si abbassava la penna. Paura in mare; non sul motoveliero ma, in Atlantico, a capo Filister con una navetta, 4000 tn. Il vento e mare erano talmente forti che non si camminava più. Mare in prua e non s’aveva forza per andare oltre l’onda. La nave scivolava giù di poppa e sbandava. Il periodo di cappa è durato 10 ore. Hai paura, e preghi. 

A sei anni andavo a pescare, in famiglia un contributo, piccolo ma, andava portato: tenere pulito il gozzo, vuotare l’acqua, sbattere le reti per aprire le maglie. D’estate, i bambini pulivano i rami del mortolo, toglievano il filo alle stecche di canna e preparavano il lavoro agli anziani che facevano le nasse. Le donne svolgevano piccoli lavori in campagna, impalavano le viti e potavano e vendemmiavano, più brave degli uomini. In casa poi cucivano giacche, pantaloni e maglioni e indumenti di lana. Al Campese allora, ci saranno state due o tre famiglie di pescatori. Lavorare, anche per i bimbi allora, una necessità ma anche una sorta di formazione. Al Giglio, a quel tempo, c’erano condizioni di vera necessità. Quando fai un lavoro normale non pensi al coraggio, qualche volta se lavori sui rimorchiatori, devi cercarlo chissà dove. 

Rimorchiatore Garibaldi Un incendio scoppia alla Bertolli, un’azienda che lavorava olio commestibile. Le fiamme attraversavano il canale industriale; poco oltre una gasiera, carica, poteva esplodere. Col Tito IV si riuscì ad agganciarla e passando tra le fiamme, metterla in sicurezza. A bordo della gasiera c’era il comandante Polito, pilota del porto. Se fosse stata una benziniera o una petroliera, sarebbe esplosa. A vela era bello, navigazioni corte. Quella gente trasmetteva sicurezza. Lo zio Antonio, non un parente, era il vecchio del paese. Tu ti attacchi a lui e lui a te, come un padre. 

Un altro motoveliero fu il Luigina, 350 t. Viaggi da Savona in Sardegna. All’andata si trasportava vasellame, al ritorno cereali e altri generi alimentari. Il comandante Mario Solari, conosceva e poteva sfruttare ogni anfratto della costa. Era lo zio di Lena. La conobbi a una festa, a Giglio Castello, si ballava. Lei, avrà avuto 17 anni, ci siamo sposati nel 1967. Mario il comandante conosceva ogni cala. In qualsiasi condizione di tempo, di giorno o notte, ti trovavi dentro e non sapevi come. Si navigava per un’esperienza tramandata. Si navigava con la luna e il sole. La bussola andava a quarte, era in una scatolina di legno che il comandante tirava fuori col tempo buono “nelle grandi occasioni”. Avevano un’incredibile percezione del tempo. In qualunque momento della giornata chiedevi l’ora, non sbagliavano. 

 Al Campese c’erano due meridiane, sapevi l’ora senza guardarle, bastava l’ombra delle case. Come andare per mare, era nell’istinto. A sei anni ero già in mare. Grazie a Tito Neri, nel 1967, imbarcai sull’Antignano, una motocisterna. Poi su una bitumiera. Pur di venire sui rimorchiatori a Livorno, accettai l’imbarco come fuochista sull’Italia Nuova della ditta Neri. Un rimorchiatore di legno, con la macchina alternativa (a vapore). Di lì, vari rimorchiatori e dopo due anni, Direttore fino alla pensione. Cominciai a vivere in famiglia, esserne corresponsabile. Il marittimo è un grande egoista. Non è presente, non condivide, neppure conosce i problemi. Si piega ad una cultura matriarcale. In casa non conti niente. Solo assetato di affetto, è come un bambino, non ha lucidità e consapevolezza. A terra è perso. In mare è preoccupato che la macchina funzioni, la nave vada, rispetti i tempi. Conta solo questo. Tutti soffrono per la mancanza di affetti. I marittimi cercano briciole d’affetto. Vai in questi “barracci”, di Marsiglia, Genova, Tolone. 

A Casablanca, vado sul lungomare, cammino a lungo e mi ritrovo lontano, un quartiere, moderno. Entro in un bar, al bancone dove mi siedo, donne molto belle, una mi avvicina, mi offre una sigaretta, accetto, parliamo, ne prendo una seconda e due giorni dopo mi sveglio su un marciapiede, lividi dappertutto, nudo. A bordo il marittimo è senza dignità; tutti, dal comandante al mozzo. Ti trascuri nel vestire, nella pulizia. La capacità di ciascuno è commisurata al tempo nel fare un lavoro e portare la nave in porto. Ma quando sbarca, il marittimo giacca, cravatta, improfumato. E’ una forma di riscatto. Sull’Italia Nuova dove imbarcai a Livorno, si facevano turni lunghi, a bordo anche due giorni. Avevo la patente per condurre macchina a motore e a vapore. La macchina a vapore più impegnativa. Qui era tutto un fare. Apparentemente più complicato ma il rimorchiatore a vapore rispondeva alle manovre in modo docile. Contava l’occhio del comandante e la pratica e la velocità degli operatori in macchina. 

Il Garibaldi ricordo, stava per affondare, forse per un errore di manovra. Trascinato di fianco dalla nave. Si riempì d’acqua. Fu un basso fondo a salvarlo. Lavoro portuale chiede attenzione, spazi ristretti e anche in porto il cattivo tempo crea problemi. A volte un recupero porta a situazioni paradossali. Andammo su un motoscafo abbandonato dall’equipaggio, erano stati posti in salvo da un traghetto della Moby. Tempaccio, libeccio forte, saltai sul motoscafo e riuscii a manovrare, per prendere il cavo di rimorchio. Consegnai un orologio a Francesco Ferraro il comandante, per metterlo in sicurezza. Era sul cruscotto e m’era sembrato un oggetto di gran valore. Nel trasbordo, i proprietari avevano lasciato in barca ogni cosa. Giunti a Livorno, a cena in un ristorante, ci trovano i proprietari dello yacht, ci insultano: ladri. Non abbiamo tempo per capire. Entra Titino Neri, li sente. L’orologio, eccolo. L’equipaggio l’ha consegnato perché fosse restituito. Si scusano. Neri, in questi casi, era un signore, gli avrà messo in conto forse, le spese.

I rimorchiatori, non sono tutti uguali. In tanti anni due in particolare, il Tito IV e il l’Algerona. Il Tito IV era nuovo, fummo chiamati per soccorrere due navi che il vento aveva spinto sul Molo Novo, il Chocano e il Vella. Vento improvviso, forte, le navi non ebbero tempo per salpare e dare forza ai motori. In pochi minuti finirono sulla diga del porto. Parte dell’equipaggio si mette in salvo, sugli scogli. Non riuscivamo ad avvicinarci. Si dà fondo a due ancore e spinti dal vento riusciamo ad andare indietro fino a passare il cavo. Dobbiamo tirare mentre si salpa. Il peso della nave, un colpo di mare, scoppia la guarnizione di tenuta del verricello dell’ancora. Ora, pure noi siamo nei guai, mare in tempesta, cavo di rimorchio in acqua, scogli a poche decine di metri. Lavoriamo in tre, nel locale di prua, sotto l’argano, i tubi sono per aria, 1,5 t di Agip Abruzzo olio idraulico sotto i piedi. Con me Costanzo Borini e Massimo Salvi, due ragazzi che hanno rischiato e preso tante botte che è difficile da raccontare. Salvammo il rimorchiatore, le ancore recuperate e la nave fu tolta dagli scogli. Qualcuno poi, disse che gli equipaggi delle due navi dormivano. Non conoscono i marittimi. Quella è gente che se la metti di guardia non si muove. Sa che un errore gli costa la vita. In certe condizioni non per negligenza, finisci nei guai, l’incidente ci sta. 

Moby Prince Il 10 Aprile 1991 la tragedia del Moby Prince. L’Agip Abruzzo in fiamme poteva esplodere da un momento all’altro, con grave pericolo per la nostra città. Si stette lì dal primo giorno, finché fu portata via. Ero con il Tito IV. Scaricavamo tonnellate d’acqua per raffreddare le lamiere e perché le altre cisterne non esplodessero. La prima tank è stata sventrata nell’urto con il Moby Prince. Il petrolio s’è incendiato finendo in mare. Poi s’è incendiato il combustibile della sala macchine. I gas rendono il petrolio più infiammabile della stessa benzina. Nessuno, di buon senso, avrebbe potuto escludere che tutto saltasse in aria. Noi eravamo lì, attaccati alla nave. Ci salvammo per miracolo. Si sentì un sibilo. Facemmo in tempo ad indietreggiare a tutta. Un’esplosione e sulla fiancata uno squarcio. Le lamiere volarono, non ci colpirono, per fortuna”. 

Il ricordo ci porta su una barca a vela, tempo cattivo. Un telone era finito tra timone e skeg dello yacht, impossibile governare. A bordo tre persone: proprietario, la moglie, un bambino. L’uomo era sfinito per il freddo. Saltammo a bordo e si riuscì a fissare una cima al verricello di prua, si prese a bordo la donna e il bambino che terrorizzato mi abbracciò e fino a Livorno non mi mollò più”.

Luciano De Nigris


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