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23/09/2008 

La barca perfetta

Alù è il nome di una passione. La realizzazione di un sogno che dura una vita, desiderio di ogni armatore, di ogni navigante. La barca perfetta, il vestito su misura, la barca che risponde a tutte le tue esigenze di linea, velocità, comodità e sicurezza. 

Questo il sogno che Giampaolo Catalano sta realizzando. Un’idea che si sostanzia in 46 piedi di alluminio, armata a cutter. Barca a vela, costruita per affrontare il mare che c’è. Barca sognata, cercata, studiata realizzata per dare risposta pronta agli infiniti problemi in mare. 

La scelta dell’alluminio, risponde Paolo: “sempre avuto o lavorato su barche in vetroresina o in legno; valutati tutti i materiali e non potendo realizzarla in titanio ecco l’alluminio”. Sì, perché Catalano, noto avvocato fiorentino, titolare di uno studio legale affermato, che sceglie Livorno dove esercitare come Giudice di Pace, è un uomo che vive da sempre il mare, con la passione delle barche. La sua famiglia si trasferisce a Napoli da Cagliari quando Paolo ha soli tre anni, 1947. In via Tommaso Campanella è la chiesa del babbo, pastore protestante. Cento metri più in là il porto di Mergellina. Scugnizzo calamitato dal mare, cresce con la passione delle barche. 

Con Pilù si improvvisa maestro d’ascia. Con le scatole degli aiuti americani, “pacchi care”, legno di prima qualità. Uno scatolone cui si appone prua e poppa, ecco la prima barca. Stucco, vernice, panche, remi vociare di scugnizzi e via al varo. La barchetta è più pronta a scuffiare che galleggiare. Catalano non rinuncia, con due scarponi laterali la mette in linea. Crede di aver inventato un nuovo modello non sa che i trimarani da migliaia di anni, navigano nel Pacifico. 

Paolo diventa “u guaglione di Zì Mimmì”, al secolo Domenico Landolfi, pescatore e broker locale. La carriera di scugnizzo e “uomo di mare” di Giampaolo comincia di lì, dal porto di Mergellina, due passi da casa e dalla chiesa, sette lancette a remi e tre barche a vela, chiglia e bulbo fisso (le chiamavano monotipo). Monotipo che i barcaioli di Mergellina noleggiano ai clienti estivi. Si navigava a remi o con un fuoribordo della Piaggio (moscone) o a vela. 

 “E’ così che ho imparato ad andare a remi, a vela e governare un fuoribordo - racconta il Giudice. Le barche svernavano a Posillipo, in grotta; in primavera il rimessaggio in spiaggia: sverniciatura con la fiaccola, calafataggio, stuccatura e verniciatura”. 

Questa la vita da Zì Mimì e del suo guaglioncello, Giampaolo Catalano; 2.500 lire a settimana e due “merenne” preparate dalla moglie di Zi Mimì. “Filone” la scuola di Giampaolo; capisce al volo ma, a casa studia l’indispensabile. Il master per la vita si consegue in strada e in porto, a Mergellina. Undici anni, prima media, bocciatura. I genitori decidono che frequenti l’Istituto Biblico della Chiesa Avventista a Firenze. Il rettore li chiama, si riprendano il figlio, ingestibile. A sedici anni, quando la famiglia si trasferisce ad Agrigento, Catalano è già armatore: due lancette a remi e un dinghy, acquistati con le mance e i soldi guadagnati da Zì Mimì. Paolo le affitta quando non sono disponibili quelle dei barcaioli ufficiali. E lavorando, impara che il mare si può sfidare in porto, la sua palestra è il tratto compreso tra Posilllipo e Castel dell’Ovo, Santa Lucia. L’avventura è quando a remi, decide d’andare a Capri. Diciotto miglia di mare aperto; con lui tre “colportori”, giovanotti che la chiesa inviava a far proseliti. Due subito a paiolo, per il mal di mare. Il terzo resiste, rema con Giampaolo. A Capri, i compagni vogliono lasciare la barca e rientrare in aliscafo. Non è lo stile di Catalano “torno da solo”; il terzo è con lui, convinto dalla determinazione e perchè un ragazzetto di sedici anni non lascia. Dopo tredici anni la famiglia si trasferisce ad Agrigento. “Città sul mare ma, con altra vocazione. In tutta la spiaggia una sola barca, per il salvataggio dei bagnanti. Per un ragazzo di sedici anni che viene dai vicoli, i compagni di liceo sono bimbi. Vanno iniziati ad un piacere che va oltre il solitario sforzo muscolare. Paolo cura l’organizzazione di un evento che apre per tutti, in una volta, nuovi orizzonti.

D’inverno studio dei classici greci e latini, d’estate il lavoro a Napoli. Zì Mimì gli permette di fare lo skipper su un motorsailer che diventa la sua dimora estiva. 

Gli studi di giurisprudenza a Firenze chiudono la parentesi siciliana e un amore suggellato dall’ufficialità del fidanzamento. 

Laurea e tirocinio nello studio del notaio Fausto Rusconi. Ha un Optimist, barca di undici metri, a vela. La tiene a Livorno e cerca appassionati per le regate. Di qui inizia il rapporto di Paolo con la nostra città. All’inizio della carriera non ci sono grandi guadagni, Catalano non rinuncia alla barca che trova al Nazario Sauro, un Fly Junior, 140.000 lire, si chiama “Pelo di Pacchio”, “Pacchio” per brevità. Vacanze indimenticabili, campeggio nautico, giro dell’Elba. Il “Pacchio Secondo” sarà un Ghibli, sette metri, barca francese. Il salto di qualità Paolo Catalano lo fa con un Kat 33, costruito a Fiumicino dal cantiere ArtMare. Banjo, il nome della barca, sarà testimone di un momento magico per una passione durevole e fortunata. Siamo nel 1986, 10 di agosto, notte di San Lorenzo, in navigazione tra Alicudi e Filicudi, isole Lipari. Nel pozzetto con Paolo un’ospite, Giuditta, bella, vivace, appassionata di mare. Stelle cadenti e, il desiderio che si avvera. Da quel momento è Giuditta la compagna che condivide mare, barche e, paziente, cantieri, saloni, sartie, stralli, mezzomarinaio e luci di via. Paolo è questo, il professionista stimato e corteggiato, l’uomo razionale e lucido ed anche il romantico perso nelle infinite cose e storie di mare. “Un pacchetto - sottolinea Giuditta - che va preso com’è, tutto intero”.

E ancora barche, perché nel giorno del suo quarantesimo compleanno, 27 novembre 1984, l’avvocato compra a Viareggio il guscio di un C.T. 43. Barca di 13 metri, disegno Sparkman&Stephens. Il titolare del cantiere intende realizzare barche eccezionali, per competere con le migliori al modo. Si fa fare cinque gusci, realizza e vende tre barche, e tre sui appartamenti per pareggiare le spese. Ne rimane uno, dove vive. Vende i gusci, uno a Catalano e cessa l’attività. Stampo eccezionale, allestimento fuori dall’ordinario e nasce Fuegia, la barca laboratorio che tutt’ora Catalano ha il piacere di vivere. “Non sempre i clienti onorano la parcella del proprio avvocato, osserva Catalano, a volte ti salutano con un arrivederci, altre ti ringraziano con un presente. Un mio assistito volle regalarmi un volume prezioso, edito da Franco Maria Ricci, “Fuegia, la Terra del Fuoco”. Invece dei soldi, un libro di meraviglie, che rimarrà per sempre e il nome della mia barca attuale”. L’allestimento del Fuegia si fa al Calambrone nel cantiere di Antonio Arlacchi, maestro d’ascia. La barca sarà varata nel luglio del1988, quattro anni di lavori, a cercare i materiali e le attrezzature migliori. Un lavoro che non avrebbe avuto fine se non per il caldo soffocante e le zanzare. E l’equipaggio decide di togliere l’ormeggio e navigare alla volta dell’Elba. 46 miglia per 180°, al timone il figlio di Paolo e la fidanzatina del momento. Sottocoperta, Giuditta e Paolo, cacciavite in mano a stringere fascette e stipare cassetti, ordinare e controllare. Non si sa come, i due di guardia persi tra cielo e mare passano tra l’Elba e Capraia e giù dritti verso la Sardegna. Correzione di rotta, prua a Est, poi nord; per giungere in rada a Portoferraio, 36 ore dopo. Qui, ancorata la gemella del Fuegia, l’altro stampo. Saluti, complimenti e: “a più tardi, per una pizza insieme”. Si fanno le ultime cose in bagno, luci di fonda, gommone e in pizzeria a dire: che barche abbiamo! Stanchi, di trentasei ore di navigazione, e tutto il resto, di nuovo in barca. Paolo scende i tre scalini è in dinette, piedi nell’acqua, fino alle ginocchia. Bagno, valvola di carico e, secchiate per tutta la notte. Il Fuegia è salvo ma, “sono cose che capitano”. 

E’ la volta di Alù, nome che suona come alluminio, la lega usata nella costruzione di scafo e coperta. Il nome di una barca unica, dice Catalano, “concreta sintesi di tutte le esperienze pregresse”. La barca che nessun cantiere di serie vuol realizzare. Fine settimana trascorsi nei cantieri d’Europa a parlare di progetti e sentirti dire che loro sì, le barche in acciaio , alluminio le fanno ma, modifiche al progetto originale neppure a parlarne. Daniele Roscio, ecco finalmente l’architetto; disegna barche per Puccinelli di Castiglione della Pescaia, un cantiere che costruisce per chi cerca l’Atlantico, il Pacifico, per fare il giro del mondo. Dalla penna di Roscio un progetto “aperto”, suscettibile delle modifiche che l’armatore vuole e che Giampaolo sicuramente farà. La barca prende forma all’E.T.E. SRL di Arcole, tra Sarzana e La Spezia. Un cantiere specializzato in costruzioni speciali, per i militari. Alù prende forma accanto al ponte di comando del Cavour, la portaerei della nostra marina. “Si fa la barchetta all’avvocato” dicono tecnici e maestranze, un piacere, più che altro. E, nel 2005, Alù giunge a Livorno, al Picchianti nei capannoni della Scama. Siamo ai particolari: verniciatura, coibentazione, insonorizzazione compartimentazione, impiantistica idraulica ed elettrica, motorizzazione, attrezzature di coperta. Lavori dai mille particolari che chiedono personale specializzato. Un team di artigiani e amici pronti a fare e rifare, a ridiscutere ogni cosa con Giampaolo, gente che quando l’avvocato arriva, posano gli attrezzi, gli si fanno incontro; guardano e riguardano, provano e rifanno ciò che in mare sarà solo un particolare. 
Luciano De Nigris


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